Ricambi auto: quali scegliere?

Ogni volta che dobbiamo mettere mano alla nostra macchina sorge un grande dilemma: utilizzare o no ricambi originali auto?

Di solito il dubbio nasce da questioni puramente economiche. Il mercato offre diverse soluzioni di ricambi commerciali, spesso presentati ad un prezzo più basso.

Vediamo insieme quali sono i vantaggi di scegliere i pezzi di ricambio ufficiali.

Piena compatibilità

I pezzi di ricambio originali sono identici a quelli che stiamo andando a sostituire. Ciò vale sia per le parti che si sono guastate, sia per gli elementi che vanno incontro a una naturale usura, come nel caso delle candele o del filtro dell’olio.

In questo modo la casa madre garantisce una piena compatibilità di questi prodotti con il motore della nostra macchina. Le prestazioni restano inalterate, e non rischiamo che nascono eventuali problemi tra il motore e il nuovo pezzo.

Pronti a durare

I ricambi originali sono realizzati seguendo alti standard di qualità. I materiali utilizzati sono di prim’ordine, e il pezzo di ricambio affronta un processo produttivo di alto livello.

Si tratta a tutti gli effetti di prodotti pronti a durare nel tempo, subendo il meno possibile gli effetti dell’usura. In questo modo si limita la possibilità di guasti, e si cerca di evitare una sostituzione precoce.

Nel caso dei ricambi che vanno sostituiti in maniera periodica questa scelta si rivela molto vantaggiosa. Manterremo dei lunghi intervalli tra una sostituzione e l’altra, e non avremo bisogno di intervenire anzitempo.

Mantenere il valore del mezzo

In caso di compravendita è molto importante che la nostra auto abbia solamente pezzi originali. Con questi ricambi lo stato della vettura resta inalterato, poiché sono uguali agli elementi che siamo andati a sostituire. La loro qualità è assolutamente garantita.

In più possiamo mostrare all’acquirente che abbiamo avuto grande attenzione per il mezzo, scegliendo solamente il meglio per la nostra macchina.

Fare le giuste valutazioni

Vi consigliamo di valutare attentamente la vostra scelta. I ricambi commerciali possono essere accattivanti per il loro costo, ma potrebbe trattarsi di un risparmio piuttosto effimero.

Il nostro suggeriamo è quello di scegliere in base alla vostra macchina. Con un’auto con pochi anni di circolazione, e che ci dovrà accompagnare ancora per molto tempo, l’utilizzo di ricambi ufficiali è davvero l’opzione migliore. In questo modo cerchiamo di mantenere elevati gli standard di prestazioni e sicurezza del veicolo.

Per una vettura invece con più anni, e che pensiamo di cambiare a breve, la scelta dei ricambi commerciali potrebbe essere più adatta.

Chiedete l’opinione del vostro meccanico di fiducia, così da sentire il parere di un vero esperto.

Scegliere i centri ufficiali

Come possiamo avere la certezza che vengano utilizzati ricambi originali sulla nostra auto?

La prima cosa da fare è dirlo al meccanico che prenderà in cura il nostro mezzo di trasporto. In alternativa il consiglio è quello di scegliere i centri ufficiali, dove vengono utilizzati questi prodotti.

Nei centri ufficiali troviamo meccanici e tecnici di grande esperienza, pronti a riportare la nostra auto al suo stato migliore. Possiamo scegliere questi centri sia per interventi di riparazione che per semplici manutenzioni ordinarie.

Spesso in questi centri sono anche disponibili degli speciali pacchetti che possiamo acquistare per accedere alla manutenzione a prezzi vantaggiosi. Per saperne di più vi suggeriamo di chiedere maggiori informazioni presso la sede cui vi state rivolgendo.

La crisi del debito pubblico. Cos’è e come l’aumento del debito è collegato alla recessione economica

La crisi del debito pubblico può essere risolta da una politica monetaria?

Può ripristinare una crescita economica duratura e senza spirali inflazionistiche? Oppure si tratta solo di pie illusioni?

Diciamolo francamente: con i trattati istitutivi sull’euro la sovranità nazionale in materia di politica monetaria è venuta meno e la relativa competenza è stata assegnata alla BCE.

Quest’ultima interviene avendo soprattutto l’obiettivo di contenere il livello d’inflazione, nel rispetto di un’impostazione abbastanza classica della politica monetaria.

Infatti, secondo la prevalente interpretazione della politica monetaria, le emissioni di nuova moneta determinano un rischio di inasprimento dell’inflazione, che sconsigliano di stampare di nuova per rilanciare l’economia o per ripagare il debito pubblico.

La verità sulla crisi del debito pubblico

Se seguiamo alcuni ragionamenti vedrete che la realtà è un po’ diversa, e che non solo la politica monetaria potrebbe ripagare tutto il debito pubblico ma, essere anche essenziale allo sviluppo economico senza spinte inflattive!

Partiamo innanzitutto dal ragionamento originario, secondo il quale creare moneta provoca inflazione. Domandiamoci, quindi, quale sia il valore della moneta.

Nei sistemi in cui la moneta aveva convertibilità aurea il valore era dato dalle riserve auree.

Ovvio che, se ad esempio la base monetaria raddoppiava in un determinato periodo di tempo a parità di riserve auree, la moneta dimezzava il suo valore, esattamente come una torta che invece di suddividere in 10 fette, la suddividi in 20. Se raddoppi le fette, la quantità di torta per ogni fetta sarà la metà.

Altrettanto ovvio che, se invece di raddoppiare solo la base monetaria si raddoppiano anche le riserve auree il valore della moneta rimarrà lo stesso! Per lo stesso principio, raddoppiando le riserve auree a parità di base monetaria, raddoppierà il valore della moneta.

C’è un problema pero! La convertibilità aurea è terminata da un po’ di tempo E allora?

E allora, dopo la fine della convertibilità aurea (gold standard) si è posto il problema di quale sia il valore della moneta.

E a tale quesito, la risposta più o meno condivisa è che la moneta rappresenti il valore del PIL, dell’insieme di prodotti e servizi realizzati in un paese ed ancora attivi e/o reali. La ricchezza complessiva sostituisce, praticamente, le riserve auree o, meglio ancora, lo possiamo semplificare come la variazione del PIL rispetto all’anno precedente

Dal precedente paradigma inizia la concezione inflazionistica della moneta: se si crea nuova base monetaria a parità di ricchezza, si crea inflazione in quanto si crea moneta che eccede la ricchezza complessiva.

Se quindi si incrementa la base monetaria del un 20% (emettiamo il 20% in più di valuta), si tenderà a creare inflazione in misura prossima al 20%.

Tuttavia dobbiamo approfondire tale aspetto, per renderci conto di come stiano realmente le cose.

Per inciso ricordiamo quindi che quando uno stato europeo prima del trattato sull’unione monetaria europea emetteva denaro tramite la banca centrale, lo faceva emettendo in contropartita titoli del debito pubblico e, quindi, era come se si emettesse direttamente certificati del debito.

Aumento del debito pubblico

Seguire questa via significherebbe solo aumentare il debito

Infatti la BCE, nelle sue operazioni di mercato aperto, quando emette nuova base monetaria non lo fa acquisendo titoli del debito di nuova emissione proprio per evitare di collegare la base monetaria all’emissione di nuovo debito pubblico.

La via che si potrebbe ripercorrere è quindi quella di restituire agli stati il potere di emettere moneta ma, senza emettere titoli del debito. Eventualmente potere che potrebbe essere esercitato dalla BCE sulla base delle indicazioni derivanti da autorità nazionali.

Le autorità nazionali demanderebbero alla BCE l’emissione di nuova base monetaria da distribuire ai vari stati membri.

L’inflazione

Ed ecco l’obiezione che dicevamo: e l’inflazione?

Ricordiamo che è soprattutto l’inflazione a spaventare i tedeschi memori del periodo della repubblica di Weimar, e da qui una politica voluta soprattutto dalla Merkel che impone di abbandonare la creazione di nuova base monetaria per creare sviluppo, facendo quindi leva solo sulle politiche fiscali e di bilancio.

La recessione economica

Ma in questo modo si crea la recessione!

La creazione di moneta di nuova emissione a fronte di un PIL stagnante dovrebbe generare inflazione in quanto avremmo una base monetaria maggiore a rappresentare sempre lo stesso livello di PIL.

Ma il ragionamento non si ferma qui. Immaginiamo che si possa creare nuova moneta che verrà immessa nel sistema economico per incrementare il PIL sotto forma di finanziamenti a fondo perduto.

Il finanziamento a fondo perduto rappresenta soldi che, chi li riceve non è tenuto a restituire e, sui quali, neppure è detto debba pagare interessi.

Attività politiche del governo

Cosa potrebbe fare quindi il governo?

Potrebbe stanziare fondi perduti da dare alle imprese e ai soggetti economici. Questi ultimi dovranno obbligatoriamente usare i fondi ricevuti entro una certa data, pena l’obbligo di restituzione.

Se quindi si stanziassero ad esempio 200 miliardi per finanziamenti a fondo perduto, si incrementerebbe necessariamente il PIL di 200 miliardi.

Un pari quantitativo di denaro potrebbe essere stampato come nuova base monetaria per essere devoluto al fondo di ammortamento dei  titoli di stato.

Questo significa che, emettendo nuova base monetaria per 400 miliardi, 200 sarebbero utilizzati per rimborsare i detentori del debito pubblico e 200 milioni sarebbero dati a soggetti economici, che avrebbero l’obbligo di immetterli nel sistema produttivo.

A questo punto, cosa potrebbe succedere?

Consideriamo le 2 possibilità in una situazione di questo genere:

  1. I 200 miliardi ottenuti dai detentori di titoli del debito pubblico potrebbero essere utilizzati tutti per acquisti di prodotti o servizi.
    Ma se sul fronte dell’offerta questa si incrementa di 200 miliardi otteniamo una parità che porta ad un sostanziale equilibrio economico.
  2. Potremmo assistere o ad un parziale utilizzo per acquisti dei 200 miliardi dati a detentori di titoli del debito pubblico, oppure, in estrema ipotesi, a nessun utilizzo.
    In entrambe queste ipotesi, l’offerta di prodotti o servizi supererebbe la domanda e, come sappiamo, questa circostanza lungi dal generare inflazione, semmai tende a contenerla o addirittura a portare ad una rivalutazione del valore della moneta

In altri termini, la tradizionale obiezione che ritiene che la creazione di base monetaria, soprattutto se non correlata a emissioni di titoli del debito, porti necessariamente ad un incremento dell’inflazione è infondata in quanto non tiene conto, di per sé, dell’equilibrio tra offerta e domanda di mercato.

Ma possiamo considerare anche la possibilità di una politica monetaria non correlata ad azioni di sostegno dell’economia, ma solo al rientro dal debito. Questo si può realizzare anche ipotizzando un PIL praticamente stagnante.

Partiamo dal dato fondamentale che l’ammontare del debito pubblico italiano e di circa 2000 miliardi di euro. Ipotizziamo che la base monetaria attuale, in un determinato momento storico, sia pari a 2500 miliardi di euro.

Ipotizziamo di voler stampare nuova moneta per rientrare dal debito in un certo arco di tempo, senza realizzare un incremento dell’inflazione superiore al 3%.

Possiamo farlo? Certamente si!

Ipotizziamo anche che il PIL non cresca nel tempo, cosa che tra l’altroavviene già da quanto esiste l’euro.

Ne consegue che ogni incremento di base monetaria determinerà un valore decrescente della moneta, in misura pari al rapporto tra nuovo ammontare della base monetaria  e vecchio ammontare.

Si tratta di creare base monetaria per rientrare da un debito di 2000 miliardi, ma non intendiamo fare in modo che l’immissione di nuova base monetaria provochi un’incremento dell’inflazione, su base annua, superiore al 3%.

Come primo step, calcoliamo il rapporto percentuale della nuova base monetaria, rispetto a quella precedente, e quindi:

4500/2500, che porta ad un risultato del 180%.

Se volessi suddividere questo incremento, pari quindi ad un incremento dell’80%, per un 3% annuo, avrei solo da fare:

80/3 che porta a 26 e rotti.

Questo significa che, volendo non incrementare l’inflazione oltre un 3% annuo, si potrebbe rientrare da un debito pubblico di 2000 miliardi, con emissione di nuova moneta, in circa 26 anni.

Quanta moneta? Ovviamente: 2000/26, cioè poco più di 75 miliardi annui, il tutto, appunto, senza aumentare imposte o tagliare spese.

Va peraltro notato che la nuova base monetaria incrementerebbe di circa un 3% annuo l’inflazione,  e se non si assistesse ad una ripresa dell’offerta di beni e servizi in termini di offerta macroeconomica, sarebbe almeno in misura pari alla domanda.

Ma, come sappiamo, la nuova domanda tende a stimolare una maggior offerta e quindi, il valore del 3% potrebbe essere più basso se consideriamo un incremento del PIL legato ad una fase di espansione economica.

Certo, questa è una semplificazione, perché dovremmo tener conto di vari fattori, da quelli speculativi ad altri, ma possiamo in linea di massima ritenere che sia possibile prevedere una stima dell’inflazione, centrata sul quantitativo di base monetaria correlato a nuove politiche monetarie, che prescindono dalle attuali limitazioni dettate dai trattati europei.

Non è quindi vero che la politica monetaria porti necessariamente a livelli di inflazione incontrollati, se basata sulla creazione di nuova moneta.

Tutto può essere ricondotto a parametri prestabiliti che consento di coniugare rigore e sviluppo economico, senza alcuna necessità di implementare i dogmi classici di un’impostazione alla Merkel, che risolverebbe a poco a poco la crisi del debito pubblico.

Come operare con le opzioni: guida completa

Le opzioni sono strumenti particolari che consentono di avere grandi performance assolute impiegando capitali relativamente ridotti.

Per operare con le opzioni occorre una conoscenza approfondita di questo strumento e una corretta interpretazione degli elementi che influenzano l’opzione stessa e l’andamento del mercato di riferimento.

E’ importante effettuare con cura l’analisi dei seguenti elementi:

  • Mercato di riferimento delle opzioni
  • Volatilità implicita e volatilità attesa
  • Il tempo

Oltre a questo è opportuno considerare anche altre voci che non mancano mai ovvero:

  • I costi derivanti dalla commissione di negoziazione
  • Il capital gain

Per ogni situazione di mercato esiste una strategia ben precisa da adottare.
In base alla strategia scelta si può guadagnare quando il mercato sale, rimane fermo e/o scende.
Alcune strategie in casi particolari possono generare profitto indifferentemente dal movimento del mercato e come risultato si avrà che se il mercato sale, scende (con un certo criterio) o rimane fermo si guadagnerà.

Le strategie sulle opzioni sono molte e qui sono riassunte le principali e le più semplici.

Avere chiaro un obiettivo della volatilità, dell’andamento che il mercato di riferimento farà e quanto tempo ci impiegherà a fare questo movimento consentirà di impostare una strategia operativa in opzioni altamente profittevole.

E’ naturale che non si riesce sempre a comprendere l’andamento futuro del mercato, tuttavia se si riesce a capire se il mercato si muoverà tendenzialmente al rialzo o al ribasso o se rimarrà fermo è molto importate anche se non sempre essenziale. Diciamo che individuare il corretto andamento del mercato semplifica molto il lavoro e i guadagni saranno ancora più semplici da ottenere.

Un po’ più facile può essere quello di comprendere la volatilità implicita del mercato e formulare ipotesi future sull’andamento della volatilità.

Comprendere l’andamento della volatilità è assai importante per comprare, vendere e impostare strategie con le opzioni in quanto la volatilità ha un forte impatto sulla quotazione dell’opzione.

L’aumento della volatilità infatti fa aumentare il prezzo dell’opzione mentre una bassa volatilità fa diminuire il prezzo dell’opzione.

Tenendo in considerazione l’andamento del mercato sottostante l’ideale a complemento dell’operatività sulle opzioni sarebbe quello di riuscire a comprare opzioni (nel verso giusto) quando la volatilità è sui minimi e sta per salire (o meglio ancora sta per esplodere!) e vendere le opzioni quando la volatilità ha raggiunto i massimi e sta per scendere.

Il terzo elemento importante è il fattore tempo, ovvero il cosiddetto time decay.

Le opzioni sono direttamente influenzate dal passare del tempo, alcune opzioni risentono maggiormente del tempo che passa, altre un po’ meno, alcune opzioni possono essere pressoché indifferenti al passare del tempo (ad esempio opzioni molto in the money e relativamente vicine alla scadenza).

Il tempo è un fattore molto importante e incide in maniera particolarmente alta nei giorni vicini alla scadenza delle opzioni at the money e generalmente nelle basi vicine in the money e out of the money. Di solito nell’ultima settimana e anche in quella precedente il tempo spesso si “fa sentire” e può influire notevolmente sulla quotazione dell’opzione.

Opzioni con una scadenza lunga di solito risentono di meno del tempo che passa rispetto ad un’opzione che sta per scadere per esempio at the money.
Di solito in ordine di importanza si possono i seguenti fattori incidono sul valore dell’opzione:

  1. Andamento del mercato
  2. Volatilità
  3. Tempo

Tuttavia non si può creare un’importanza assoluta: l’importanza di questi tre fattori – complementari fra di essi – può variare. Ad esempio a ridosso della scadenza delle opzioni può essere molto importante il fattore tempo e l’andamento del mercato (o viceversa) e avere minore impatto il fattore volatilità.

La vita dell’opzione viene pertanto spesso continuamente influenzata dalla tipologia e dall’evolversi del mercato di riferimento.

Comprendere l’evoluzione del mercato di riferimento e la volatilità del medesimo è una fase particolarmente importante per operare correttamente con le opzioni.

Come trovare investitori, la nostra guida

Esistono molteplici forme di investitori sul mercato ed ognuno di essi offre la propria attenzione e la propria leva finanziaria a tutte quelle forme di investimento che mostrano interessanti prospettive di crescita e di guadagno con rischi calcolati come ci insegnano i principali economisti al mondo.

Per elencarne alcuni è possibile investire in borsa, nel mercato del real estate, nelle commodity etc…ed ognuno di loro offre al potenziale investitore un prospetto di potenziale guadagno per la cifra investita.

L’abilità in questi casi dipende spesso e volentieri dalle professionalità ed abilità delle figure preposte a valutare e gestire questi investimenti per conto degli investitori, i quali seguendo gli andamenti di mercato o meglio intuendo le eventuali inversioni o sviluppi decidono come e su cosa puntare per generare un buon ritorno all’investitore.

In forte crescita e sempre attenti a cogliere il meglio esistono profili di investitori che valutano con particolare attenzione anche altre potenziali prospettive di guadagno come quella di investire in Start-Up Innovative ovvero nuovi business in grado, con i loro potenziali prodotti e/o servizi, di aprire nuovi mercati e quindi offrire importanti ricavi.

Al fine di intercettare la curiosita di questi potenziali investitori e’ pero’ necessario sapere che non basta arrivare da loro con un un idea, un prototipo o un sogno occorre aver sviluppato un progetto imprenditoriale che sia in grado di dimostrare il potenziale del vostro business, il valore del vostro team e come intendete strutturarlo essendo molto chiari nello specificare per cosa si chiede all’investitore di investire, per quali attivita e quali saranno i ritorni di queste attivita.

A questo punto ti pongo una domanda investiresti dei tuoi fondi su una Start-Up se

non ha un progetto chiaro e concreto che faccia comprendere il valore in cui stai investendo?

Mi permetto di rispondere dicendo per primo, assolutamente no!

Ecco dove si interseca un’opportunità con il bisogno!

Al fine di creare un opportunità per l’investitore e non di fare una scommessa alla roulette, è necessario da parte tua  fare in modo che l’investitore possa credere nel tuo progetto innovativo, dimostrando concretezza e soprattutto dimostrando che il tuo business sia unico, distintivo ed in grado di garantire risultati eccellenti.

Investire in start-up innovative significa credere in un cambiamento che sviluppato e studiato garantisce il raggiungimento degli obiettivi preposti in quanto il suo prodotto punta a soddisfare una precisa fascia di mercato e quindi per mezzo di un modello e di una strategia innovativa può offrire preziosi rendimento.

Alla luce di quanto detto finora la tua Start-Up è pronta per essere valutata da un investitore?

Possiedi tutte le informazioni, i riscontri di mercato, un modello ed una strategia mdi business in grado di garantire importanti profitti all’investitore?

Se ritieni di non essere pronto non ti preoccupare questo atteggiamento è il giusto approccio di chi con umiltà comprende che c’è ancora della strada da fare per affermare che il suo sogno possa diventare realtà e quindi essere credibile agli occhi di un potenziale investitore.

Che cosa è lo spread? Aumento, conseguenze, default e debito pubblico

Ma cos’è questo spread? Si e no una persona ogni 10.000 conoscevano lo spread come indicatore economico prima che partisse l’attacco speculativo contro il nostro paese, mentre ora, sembra che tutti sanno cos’è. Ma vediamo se è vero!

Lo spread è il differenziale che intercorre fra un valore rispetto ad un altro di riferimento.

Quindi per prima cosa si ha che l’indicatore spread non è assoluto ma relativo.

Quando nel nostro paese si è parlato di spread si è voluto indicare il differenziale che intercorre fra la quotazione dei titoli di stato italiani a tasso fisso decennali con i corrispettivi tedeschi.

Questo parametro si prende come riferimento in quanto i titoli di stato corrispondono al debito nazionale, giacché, se si ha un debito pubblico da 2.000 miliardi di euro, ci devono essere 2.000 miliardi in titoli di stato in circolazione.

Si prende come riferimento il titolo decennale in quanto è una durata intermedia fra i titoli a lunga scadenza (BTP trentennali per l’Italia e quelli cinquantennali per la Germania) e quelli a breve scadenza (BOT trimestrali Italiani e corrispettivi tedeschi).

Detto ciò, che significa che lo spread aumenta?

Prima di rispondere bisogna premettere che lo stato deve riuscire a piazzare tutti i titoli del debito altrimenti si rimane scoperti. Ogni mese si hanno una quantità di titoli di stato che vanno in scadenza e, se il debito non è diminuito di egual misura, la banca d’Italia deve ricollocarli.

Stessa cosa accade se il debito pubblico aumenta. Se esso passa da 2.000 a 2.050 miliardi in un anno, bisognerà ricollocare i titoli in scadenza più ulteriori 50 miliardi in modo da coprire l’intero debito pubblico.

Se non si riuscisse a ricoprire l’intero debito, molto semplicemente, qualche creditore dello stato rimane a bocca asciutta

Possono accadere tre cose:

  1. I dipendenti dello stato non ricevono gli stipendi totalmente o parzialmente (nel caso di fornitori di beni e servizi non ricevono i pagamenti).
  2. Lo stato va in default (parziale o totale) in quanto a scadenza dei titoli non ritorna i soldi indietro ai risparmiatori/investitori preferendo pagare i dipendenti ed i fornitori.
  3. Entrambi i primi 2 punti. Cioè, smette di pagare sia dipendenti che i fornitori e, al contempo, va in default.

Primo caso conseguenze dello spread

Il primo caso è il più frequente. E ciò che è accaduto in Grecia ed in Spagna dove hanno dovuto ritoccare al ribasso più volte gli stipendi degli statali e, nel caso greco, licenziare quasi metà dei dipendenti pubblici.

Prima di arrivare a queste conclusione e bene sapere che si passa sempre da situazioni intermedie con questa scaletta di eventi:

  • Inizialmente lo stato inizia ad allungare sempre più i termini di pagamento per i costruttori di opere pubbliche e i fornitori statali. Uno stato perfettamente sano paga alla consegna mentre uno che si avvicina all’orlo del baratro inizia a fare pagamenti a 30 giorni, poi a 90, poi a 180 eccetera.Lo stesso discorso, tra l’altro, vale per le aziende.
  • Quando si arriva al limite dei 2 anni per farsi pagare si è vicini al secondo stadio della malattia. La fine del primo stadio si mette in evidenza per il fatto che molte aziende falliscono e molti imprenditori si suicidano (in Italia accade già da dal 2011).
  • Il governo rimanda sempre più i pagamenti in quanto preferiscono un imprenditore che si suicida e un impresa che fallisce piuttosto che mettere mani al licenziamento del personale statale (per motivi prettamente elettorali). Tuttavia ad un certo punto nessuna azienda fornisce più servizi allo stato perché si sa che non può pagare e il governo deve correre ai ripari.
  • Inizia un primo taglio di dipendenti statali.
    Questa fase è caratterizzata da un non rinnovo di impiegati (uno va in pensione ma non si mette un altro al suo posto) e dalla razionalizzazione delle spese (ad esempio per noi italiani si profila il taglio delle province).
  • C’è poi la quarta fase caratterizzata dallo slittamento delle paghe
    Non arriva lo stipendio il 27 del mese e, il capoufficio annuncia che gli stipendi saranno pagati giorno 4 “perché cè stato un problema”.
    La cosa continua per qualche mese poi gli slittamenti sono sempre più prolungati fino a quando si entra nella fase successiva.
    In Italia è bene sapere che stiamo già entrando in questa fase e, in qualche regione, è già cominciata nel 2012.
  • Iniziano a saltare i primi stipendi Dapprima salta un mese di retribuzione, poi, più di uno e si parla di rinegoziazione.
    I sindacati hanno già fatto un gran casino nelle fasi precedenti ma, capiscono che è meglio che si rinegozi il tutto altrimenti finiranno per non esistere più
  • Saltano via tredicesime, quattordicesime (per chi le ha) e si patteggia una riduzione del 10% degli stipendi che poi dovranno essere rimborsati dopo un po di tempo (aspettando tempi migliori che, aggiungo io, difficilmente arriveranno).
    Questa è la fase in cui al momento si trova la Spagna
  • Ci si accorge presto che il ribasso precedente non basta, anche perché, con il conseguente crollo dei consumi si è abbassato in modo vistoso anche il gettito fiscale.
    Si parla si ridurre di almeno altri 20% gli stipendi e di licenziare altrettanti impiegati con qualche scusa.
    Parte le caccia alle streghe e a fantomatici nemici del popolo fra cui gli ever green: evasori fiscali, ebrei, ricchi, capitalisti eccetera.
    I partiti estremisti raggiungono percentuali impressionanti.
    Questa è la situazione greca.
  • Finora il governo ha sempre pagato gli investitori nel proprio debito pubblico (anche con grossi spread) ma, alla fine va in default.
    Argentina inizio millennio.

Lo spread ed il defaul

Il secondo caso, quello di andare immediatamente in default non è mai una buona scelta, specie se si ha un debito pubblico che continua a salire. Il perché è semplice da capire: se vai immediatamente in default nessuno ti presta più soldi e, quindi, anche tenendo collocati in modo forzoso gli attuali investimenti, l’aumento del debito non si può più finanziare

In pratica si passa in un secondo dalla fase 1 alla fase 5 vista poc’anzi. Optando per il primo caso invece si hanno a disposizione un po di anni per vedere di sistemare le cose senza cacciarsi immediatamente nei guai.

Spread e tracollo rapido

Il terzo caso invece, si presenta quando il tracollo avviene in modo estremamente rapido con poco o nessun preavviso. Non avendo tempo di pensare a nessuna mossa, ci si ritrova ad andare in default e a dover licenziare gran parte dei dipendenti pubblici nel giro di uno o due mesi senza poterci fare nulla.

Questo è il caso Islandese del 2008.

Il debito pubblico e lo spread

Ritornando al discorso iniziale sullo spread, devi sapere che, essendo esso la differenza fra i rendimenti di due titoli obbligazionari, il suo valore dipende dalle aste di quest’ultimi.

La quotazione dell’asta risente dalla quantità di titoli che si devono piazzare e dalla quantità di richiesta dei possibili acquirenti. Se la domanda degli acquirenti è abbondante la quotazione finale sarà bassa. Se invece l’asta va deserta la quotazione andrà alle stelle!

Il problema dell’aumento del debito pubblico dipende dal fatto che questo costringe a dover mettere all’asta più titoli e, di conseguenza, a sbilanciare l’asta verso l’offerta.

In pratica, siccome gli acquirenti verosimilmente rimangono gli stessi ma ci sono più titoli da piazzare, l’asta raggiungerà quotazioni più alte per convincere altri investitori non abituali a quei titoli, a entrare nell’asta.

Quindi lo spread è, teoricamente, un indicatore dell’andamento del debito pubblico, anche se, non è per forza affidabile. Ci sono nazioni con debiti pubblici enormi con situazioni patrimoniali decisamente peggiori del nostro che tuttavia hanno valutazione piuttosto contenute.

In realtà, il nostro spread misura la domanda che c’è di obbligazioni statali italiane nel mercato mondiale rispetto a quelle tedesche. Questo sta a significare che il differenziale può modificarsi sensibilmente anche per aspetti totalmente estranei al debito pubblico.

Le 7 migliori strategie per aumentare il traffico su un blog

I “trucchi e strumenti” per fare link building che hanno fatto storia nel mondo della SEO potrebbero subire un duro colpo. Con l’arrivo di Penguin (preceduto da Panda) Google sposterà la sua attenzione su anchor text e rilevanza del link.

La domanda che molti si sono fatti è: «Un buon contenuto è sufficiente per classificarsi nei motori di ricerca?».

Personalmente non ho mai posto la mia attenzione sulle tecniche black hat, un po’ per timore di cadere in qualche penalizzazione e in parte per pura questione etica. Del resto, basarsi su una sola strategia è altrettanto pericoloso, quindi la diversificazione è la chiave di svolta per una sana campagna di link building.

Ci sono diverse cose che possiamo fare dormendo sonni tranquilli. Vi consiglio di pensare ai tipi di collegamenti che volete costruire e come realmente Google valuti un blog.

Google non è perfetto, e seppur con qualche difficoltà sta cercando di sbarazzarsi di siti e link che non dovrebbero occupare certe posizioni che hanno in questo momento sulle SERP.

Qualcosa comunque dobbiamo farla, e qui di seguito trovate le strategie più efficaci e sicure per ricevere link in ingresso senza troppe complicazioni.

1. Forum

Anche se non ho una costante presenza sui forum, ho messo questa strategia in primo luogo perché è tra le più semplici ed efficaci per acquisire autorevolezza in un settore.

Come prima cosa vi dico: «Siate prudenti». Questa strategia comporta l’aggiunta di link che puntano al vostro blog (preferibilmente con un appropriato testo di ancoraggio). Non abusatene e soprattutto ricordate che un comportamento scorretto comporta l’allontanamento dal forum (leggete il regolamento prima di postare i vostri topic).

2. Commentare altri blog a tema

Ci sono varie tipologie di commenti sui blog. Molti li usano come tecnica per fare spam automatizzandone il processo.

Sebbene i commenti sui blog sono “meno potenti” rispetto al passato, aggiungere valore al post mediante un contributo (ecco il termine corretto) può garantire non solo una diversificazione di link in ingresso ma anche un traffico diretto da parte di utenti “targhettizzati”.

Per quanto riguarda il dilemma “nofollow o dofollow“, sinceramente, non me ne preoccupo.

3. Guest Blogging

Il guest blogging nonostante faccia parte della “old school” è ancora uno dei metodi più potenti ed etici per fare link building.

Il problema sono i tanti strumenti che promettono backlinking con il minimo sforzo. Inutile dirvi che il guest blogging richiede un sacco di duro lavoro ma il beneficio ripaga perché possiamo ottenere link da siti molto autorevoli frequentati da un pubblico perfettamente adatto al nostro contenuto.

4. Diventare una fonte

Se avete problemi a trovare i blog che possano ospitarvi, probabilmente non esiste una risorsa centrata sull’argomento in questione. Diversi blog (e siti) hanno ottenuto popolarità colmando il divario tra nicchie.

5. Social Media

In breve: tutti i blog dovrebbero essere collegati ai social media. È noto come il SEO stia diventando sempre più sociale. Per i blog di nicchia è necessario diventare un’autorità più orientata alla comunità.

Nonostante i continui flop nel social, Google pare abbia trovato la giusta dimensione con Google+. Il prossimo step è rilevare la genuinità di certe azioni in grado di alterare il posizionamento sul motore di ricerca.

Per social media chiaramente non parliamo solo dei prodotti di Google ma anche (e soprattutto) di Facebook, Twitter e LinkedIn.

6. Video

Inutile dirvi quanto siano efficaci e potenti i video. Realizzarne in successione e in maniera originale non è semplice ma un ottimo (e utile) video comporta una notevole mole di traffico in ingresso. Di aspetti da trattare ce ne sono molti, tra cui la cura del titolo, la descrizione e l’inserimento di un link con tanto di “call to action” (nella descrizione e all’interno del video stesso).

7. Scrivere

Ultimo – e non certo per importanza – aspetto è pubblicare un sacco di informazioni incredibilmente utili e uniche. Questo è esattamente ciò che Google chiede.

In futuro, posizionare un sito composto da 1 o 3 pagine sarà sempre più difficile. Un assaggio di questa nuova politica l’abbiamo vista con AdWords (ne so qualcosa io) che pretende delle “pagine di atterraggio” complesse e sempre più distanti dalle vecchie e pure squeeze page con cui fare lead generation.

Ad oggi ci sono ancora dei mini-siti ben posizionati sulla prima pagina di Google, quindi c’è ancora un sacco di confusione su cosa sia giusto fare.

Conclusione

Non posso prevedere il futuro. Nonostante le novità, siamo ancora lontani da un sistema del tutto perfetto.

Quali sono i vostri pensieri sulle ultime modifiche? Credete che la SEO sia giunta al capolinea e che presto troveremo su Google solo siti meritevoli?